La natura e la scienza nelle opere

Solo colui, che è stato migliaia e migliaia di volte a diretto e stretto contatto con la natura, quella autentica, quella selvaggia, sa come e cosa sono il rude canto del gallo cedrone, il fischio acuto del francolino di monte, il rutto gutturale della pernice bianca, il vibrante rugolio del fagiano di monte, il roco bramito del cervo, lo squittire di topi, arvicole, toporagni e scoiattoli.

Colui, che ha avuto occasione di sperimentare la vita della natura attraverso tutte queste manifestazioni, conosce anche i versi squillanti delle gioiose cince, quello flebile e sibilante dell’umile regolo, il potente canto del piccolissimo scricciolo, quello altalenante dell’altrettanto minuscolo luì piccolo, i versi altisonanti del tordo bottaccio, quelli chiari della timida capinera e, infine, quelli straordinari e sbalorditivi dell’umile usignolo. Se una volpe abbaia raucamente nella notte invernale alla ricerca di un compagno, la riconosce immediatamente, quindi tende l’orecchio per riascoltarla e le manda un saluto col pensiero, un augurio telepatico, che giunge immediatamente a destinazione.

Quando nelle fresche notti di aprile un alito di vento tiepido gli portano il verso dell’allocco, della civetta caporosso e della civetta nana, la sua mente e il suo cuore sono lì, affascinati dalle meravigliose scene d’amore, che si susseguono, anno dopo anno, sempre negli stessi periodi e negli stessi luoghi. Sono cose di cui ha sentito parlare dai vecchi, che ha ascoltato, visto, toccato, annusato e assaporato fin da bambino, facendone ulteriore esperienza, man mano che l’età avanzava.

La conoscenza naturalistica, si sa, si apprende attraverso infiniti modi e forme: la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto … Tutte le attività arricchiscono e fanno crescere in consapevolezza, non esclusa quella venatoria, che dà occasione anche di entrare in contatto corporeo con l’animale, anche se giace, immobile, inanimato tra le mani. Colui, che nella sua sincera onestà ha fatto tali esperienze per la brama di osservare, di conoscere e di sperimentare, sa poi quanto è prezioso, quanto è fugace, quanto è vitale ogni attimo di esistenza. Sa che vale la pena di vivere la vita, fino in fondo, per farne esperienza.

Chi s’immerge nella natura, ne è collegato e sintonizzato, non viene ingannato, l’asseconda, la crea, la ricrea, la vive e la rivive infinite volte. Non è mai troppa, non fa mai male, non è mai sciocca. La natura ci accompagna, è sempre al nostro fianco, in ogni momento, in ogni fase della nostra vita, se ci accorgiamo di lei, se le rivolgiamo lo sguardo, se le tendiamo l’orecchio, se le porgiamo la mano, se le accostiamo una guancia o se la sfioriamo con le labbra. È sempre con noi, non ci abbandona … mai.

La natura di Bepi Zanon è sempre stata con lui, dalla nascita alla morte: è stata la sua sorte, quello che lui ha voluto per sé e che ha offerto agli altri, attraverso le sue straordinarie opere. L’essenza naturale, che lui ha cercato fin da bambino, gli è sempre stata vicina, lo ha affascinato, lo ha incantato, lo ha guidato nella realizzazione dei suoi sogni, del suo destino, di tutte quelle magnifiche opere, che ha lasciato perché la gente ne cogliesse gli aspetti più evidenti e più nascosti, perché ne apprezzasse le forme e i colori, le ombre e le luci, perché ne godesse appieno, fin dentro le case.

Mi sono fermato migliaia di volte, a osservare le scene, le piante, gli animali e gli umani, raffigurati nelle tavole di Bepi. Ne ho colto vari aspetti, ma non li ho ancora percepiti tutti. La stube, i corridoi, lo studio e tutte le stanze di casa mia sono tappezzati di decine e decine di quadri (solo quelli di Bepi Zanon!), che ammiro più volte al giorno nel susseguirsi delle varie luci, che penetrano dalle finestre o che giungono dalle lampade. Ogni volta mutano, ogni giorno vibrano diversamente e si trasformano.

Assomigliano proprio alle stagioni nella veste primaverile, estiva, autunnale e invernale con gli animali che sembrano cambiare atteggiamento, quando i diversi raggi dello spettro luminoso li colpiscono. Ora, mentre scrivo, nel caldo silenzio della stube avvolta dal legno, ho davanti e attorno a me il francolino di monte, il gallo cedrone, il gallo forcello, il picchio nero, la lepre, la volpe e il camoscio. Sembrano uscire tutti da un meraviglioso, fantastico e straordinario album fotografico, nelle posizioni più disparate, nei mantelli con le colorazioni più vivide e negli ambienti più naturali.

Spesso penso: “Come ha fatto a carpire quelle immagini dal mondo naturale, quegli atteggiamenti, quei colori, quelle luci, quelle ombre, quegli ambienti propri della natura nei vari momenti, nelle differenti manifestazioni e nelle diverse stagioni?” E i particolari …? Sul corpo degli uccelli e dei mammiferi le penne e i peli sembrano veri. Ogni esemplare è minuziosamente raffigurato con le caratteristiche specifiche. I ceppi, i tronchi, i rami e le fronde appaiono vividamente naturali. Tutto sembra vero nella sua naturale essenza. Le piante erbacee, che ammantano il terreno, i frammenti del legno morto, staccati dal picchio nero e caduti alla base di un ceppo, sembrano proprio veri e tangibili.

Le cortecce degli alberi, le erbe secche, i licheni, i particolari di un fiore, la neve alzata dal rincorrersi di due camosci … Tutto sembra vero, tutto è naturale, tutto è vibrante, è fantastico, è straordinario … Infatti, tutto quello che si può vedere sulle tavole dipinte da Bepi è frutto del suo eccezionale spirito di osservazione, della sua fervida fantasia, della sua mente geniale e del suo estro pittorico straordinario. Tutto è uscito dal suo genio, che ha sempre assecondato la sua insaziabile curiosità, il suo continuo desiderio di conoscere, supportati dal suo entusiasmo e dalla sua meraviglia, che lo hanno portato a indagare continuamente per scoprire e trarre profitto dalla conoscenza.

Ogni volta che mi recavo a casa sua, ammiravo il grande quadro della polenta, quello degli uccelli all’abbeverata, le vive “nature morte” delle mele, dell’uva, dei funghi, dei fiori e delle suppellettili di ogni tipo. Passando poi oltre, attraverso il corridoio, i miei occhi focalizzavano regolarmente l’opera del paesaggio recentemente innevato con le cince, colpito dai raggi di un vivido sole serale, e quella, che ritrae il suo fedelissimo e amatissimo segugio nero-focato, Tom, nell’atto dello scovo e dell’inseguimento di una grossa lepre. Quanti ricordi, Bepi, …

Anche la gioventù vissuta e trascorsa nelle stalle, nelle baite, nei prati ad ammirare e ad annusare le erbe, a falciare il fieno, a guidare il carro con le vacche e i buoi per caricarlo e portarlo a casa. L’erba, il fieno, le vacche …

Le bestie, allora, erano una base per il sostentamento della famiglia. Nelle stalle dei nuclei familiari più abbienti se ne contavano due, tre e anche più. Producevano latte, da cui si ottenevano formaggio, burro e ricotta, ma anche un vitello all’anno, che si vendeva al meglio, impegnando quella somma per la realizzazione dei sogni, e infine anche il letame, quello genuino, che fertilizzava e arricchiva l’orto e i prati, rispettivamente sempre forniti di verdure e di variopinti fiori di decine di specie.

Lo conosceva bene il bestiame Bepi: ne distingueva le razze, i vari tipi, i capi sofferenti, quelli vecchi … Conosceva ancor meglio le capre, ma anche le pecore, di cui le famiglie meno agiate possedevano uno o più esemplari, che potevano dare giornalmente un litro di latte e annualmente qualche chilo di lana grezza. Era dura la vita allora, ma era vissuta con rispetto, con gioia e con speranza. I ragazzi erano costantemente fuori casa, nei prati e nei boschi. Portavano gli animali al pascolo, magari l’unica capra posseduta dalla famiglia, di cui osservavano e conoscevano i minimi particolari, Percepivano le forme, i colori, i suoni, gli odori e i sapori della natura. Camminando scalzi, erano costantemente in contatto diretto anche con la terra.

Bepi sapeva descrivere nei minimi particolari anche i diversi tipi di terreno. Lui, che, come molti ragazzi, aveva camminato scalzo ovunque, perfino sulle pietre e sulle spine.

Quando mi descriveva la pratica della fienagione in alta montagna, lo faceva con dovizia di particolari, che erano ancora annidati nella sua mente, pronti per essere efficacemente ritrasmessi. Mi parlava di vecchi saggi, di donne allegre e instancabili, di uomini forti, di bimbi contenti e gioiosi, che di sera, dopo il lavoro o i giochi, si radunavano in modeste e pulite baite di legno per consumare la polenta con il formaggio. In baita la polenta non mancava mai, quella vera, quella fatta con il mais integrale, nel paiolo di rame, mescolata a mano, con il mestolo di legno. Erano le donne a occuparsi anche del pranzo e della cena.

Gli uomini portavano e tagliavano la legna, mentre i vecchi approfittavano del momento per fumare la pipa, osservando i bambini divertirsi con poco nello scenario di luci fioche, che proiettavano ombre sul legno delle pareti. È questa una delle tante scene di vita agreste e di attività familiare, trasferite su tavole dall’arguzia e dall’abile e veloce mano di Bepi Zanon. Per dipingere, ma anche per scrivere e per lavorare, utilizzava perlopiù la mano sinistra, quella che, a scuola, gli avevano sempre detto che non si deve usare. Già allora si voleva omologare tutto, tentando di sopprimere la biodiversità, l’intuizione e il comportamento geniale ancora sul nascere.

Un tempo i ragazzi, un po’ tutti, conoscevano bene gli animali, soprattutto alcune specie di uccelli, che catturavano con vari mezzi e che detenevano, soprattutto per il canto, in gabbie di legno dalle forme diverse, costruite pazientemente a mano. Normalmente catturavano lucherini, cardellini, fringuelli, peppole, organetti e crocieri. Molti di loro, però, erano perlopiù legati ai docili e intelligenti lucherini, che meglio di altri si adattavano alla vita captiva, donando emozioni ed esperienze indimenticabili. Infatti, tra gli anziani è ancora vivo il ricordo dei piccoli fringillidi, che saltellavano e cantavano instancabili a squarciagola tra le sbarre delle gabbie.

Tra gli uccelli i lucherini sono stati compagni d’infanzia anche per Bepi: ne ammirava l’imperturbabilità, la perspicacia, la vivacità e il comportamento sempre gioioso, anche tra le sbarre. Conosceva nei minimi particolari anche molti uccelli, non si era fermato a indagare nell’abito e nel comportamento solo quelle piccole specie oggetto di cattura da parte dei ragazzi. Fin da giovanissimo aveva assistito alle parate primaverili del gallo cedrone e del fagiano di monte, che ha trasferito con abbondanza di particolari nelle sue innumerevoli opere, che ritraggono queste due specie.

Sembra proprio essersi immedesimato in questi due animali, tanto ne ha descritto fedelmente le peculiarità delle forme e del comportamento. Non ne ha colto solo l’essenza specifica, ma anche quella del loro habitat abituale con le luci del giorno e del crepuscolo, con i bagliori dei raggi del sole e le relative ombre.

Ogni sua opera è un contributo alla scienza, un autentico inno alla natura, alla vita e alla divinità, che pervade ogni essere e ogni cosa.

Sergio Abram

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